
Corri, fuggi…
Corri, o perderò la Pneumatica di Parigi e quella ragazza che mi aspetta col suo viso di fiore. Chiama la guardia. Dille di trattenere il treno, un attimo. Corri. Dille di…
Ma non c’è nessuna guardia ai cancelli: c’è l’Uomo senza Volto! Si guarda intorno. Minaccioso. Muto. Fa spavento.
Ma non grida. Canta sul palcoscenico di marmo abbagliante, mentre i voli e i bagliori della musica incantano la folla in platea… Ma non c’è nessuno. La grande platea in ombra è deserta… deserta, se non ci fosse un unico spettatore. Silenzioso. Fisso. Bieco. Minaccioso.
L’Uomo senza Volto!
Questa volta il suo grido echeggiò per la casa.
Ben Reich si destò.
Giaceva nel suo letto, col cuore che gli martellava e gli occhi che si fissavano a caso, ora su uno ora su un altro degli oggetti che arredavano la camera. Le pareti di giada verde, la lampada che aveva per paralume un mandarino di porcellana che annuiva col capo appena lo si toccava, l’orologio che segnava sui molti quadranti l’ora di tre pianeti e nove satelliti, il letto stesso, una vasca di cristallo con un getto di glicerina carbonata a 99,9 gradi Fahrenheit.
La porta si aprì senza rumore e nella luce incerta apparve Jonas, un’ombra in pigiama rossobruno con la faccia da cavallo e l’aria da becchino.
— Ancora? — disse Reich.
— Sì, signor Reich.
— Molto forte?
— Fortissimo, signore. E pieno di terrore.
— Accidenti alle vostre orecchie d’asino — borbottò Reich. — Io non ho mai paura.
— No, signore.
— Uscite.
— Sì, signore. Buonanotte. — Jonas arretrò e chiuse la porta. Reich urlò: — Jonas!
Il maggiordomo riapparve.
