— Scusami Jonas.

— Bene, signore.

— Non va affatto bene, Jonas — Reich cercò di accattivarselo con un sorriso. — La prima volta che urlo urlate anche voi. Perché dovrei godermela solo io?

— Oh, signor Reich…

— Fate come vi dico e vi aumenterò lo stipendio. — Di nuovo quel sorriso. — È tutto Jonas. Grazie.

— Grazie a voi, signore. — Il maggiordomo si ritirò.

Reich si alzò dal letto e si frizionò accuratamente con una salvietta davanti allo specchio, esercitandosi a sorridere. — Fatti dei nemici per libera scelta — borbottò — non per caso. — Contemplò la sua immagine riflessa: le spalle forti, il torace ampio, i fianchi stretti, le gambe lunghe, gli occhi grandi e la bocca sottile.

Perché? si chiese. Non farei mai un patto col diavolo per cambiare il mio aspetto. Non cederei la mia condizione con quella di un dio. Perché quel grido?

Indossò una vestaglia e guardò l’orologio. Erano passate da poco le sei. Bisognava che si sottoponesse a un’ora di psicanalisi. Quella faccenda del grido doveva finire.

— Ma non ho paura — disse forte. — Io non ho paura.

Percorse un corridoio ciabattando sul pavimento d’argento indifferente al sonno dei suoi dipendenti, senza preoccuparsi che quel lugubre clamore mattutino avrebbe svegliato dodici cuori all’odio e alla paura. Spalancò la porta dell’appartamento del suo psicanalista, entrò e si sdraiò subito sul divano.

Wilson Breen era già sveglio e lo aspettava. Come psicanalista fisso di Reich dormiva il sonno leggero delle madri o delle bambinaie rimanendo costantemente in rapporto con il suo paziente, svegliandosi di colpo se questi aveva bisogno del suo aiuto. Quell’unico grido era stato sufficiente per Breen. Ora sedeva accanto ad un divano elegante, indossando una vestaglia da camera ricamata, pronto e premuroso perché sapeva che il suo principale era generoso ma esigente.



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